Rassegna stampa


Avere almeno 3 familiari vicini, allunga la vita alle persone anziane

Gli effetti benefici della compagnia per combattere l’isolamento sociale scongiurando solitudine e depressione sono stati ampiamente studiati negli ultimi anni. Non è solo questione di benessere o di allegria: poter avere una spalla su cui appoggiarsi e qualcuno su cui fare affidamento, soprattutto nella terza età, è una variabile che influisce anche sulla durata della vita.

Se infatti l’influsso positivo sul benessere personale dato dalla compagnia altrui (dai compagni di sport e attività di svago, ai vicini di casa, passando per amici, coniugi, figli e nipoti) è molto alto dall’infanzia in poi, ora un nuovo studio canadese si spinge oltre e dimostra come nella terza età l’influenza del rapporto stretto con i familiari sia positiva per la salute in vecchiaia, dopo aver smesso di lavorare. Basterebbe averne almeno tre vicini e poterli vedere frequentemente, restando con loro in contatto fisico ed emotivo, con una telefonata, un pranzo o una passeggiata insieme, per garantirsi una vita più lunga. 

Per arrivare a questa conclusione i ricercatori dell’università di Toronto hanno intervistato 3mila adulti dai 57 agli 85 anni e hanno indagato sul loro stato di famiglia (conviventi o meno) e sulla vicinanza di amici e parenti nel loro quotidiano. Gli intervistati dovevano stilare una lista di un massimo di 5 persone a loro vicine dichiarandone anche l’eventuale grado di parentela o l’appartenenza al gruppo degli amici. La maggioranza tra gli intervistati aveva un coniuge accanto, si mostrava in buona salute, si dichiarava felice e ammetteva di essere attorniato da una media di tre familiari (figli, ma anche nipoti, fratelli, cugini) con cui interagiva quotidianamente o quasi. Incrociando questi dati con quelli statistici forniti da un secondo ateneo, l’università di Chicago, i ricercatori hanno scoperto come chi si sentiva “molto unito” ai familiari corresse il 6 per cento di rischio di mortalità nei 5 anni seguenti, mentre questa percentuale saliva al 14 per cento per chi invece dichiarava di sentirsi più lontano dai suoi familiari

Curiosamente, i benefici della compagnia sulla longevità non erano così forti quando si passava all’analisi della cerchia di amicizie. Chi mostrava di frequentare una cerchia di amici e conoscenti, non godeva infatti dello stesso beneficio statistico in termini di longevità. Eppure uno studio inglese recente aveva dimostrato come chi condivide con amici uno sport, un’attività hobbistica, anche un gruppo religioso, tende a essere in salute più di chi invece dopo la pensione si dedica ad attività individuali. 

La motivazione di questa discrepanza tra amici e famiglia però è spiegata dai ricercatori stessi: è vero che spesso i familiari sono forieri di litigi e portano a incomprensioni e litigate, molto più rispetto agli amici, ma danno la forza emotiva e la sicurezza della loro presenza e aiuto nel momento del bisogno, per esempio quando ci sono problemi di salute o è necessario prendere decisioni importanti. La loro vicinanza non solo allevia la solitudine, ma fornisce il supporto necessario a vivere in tranquillità. Questa teoria è particolarmente evidente nel caso dei rapporti di coppia di lunga data. Uno studio precedente aveva già dimostrato come chi invecchia in coppia finisca per vivere più a lungo, pur all’interno di un rapporto litigioso. Meglio esserci, nel caso di familiari o coniugi, anche con rapporti burrascosi, piuttosto che essere soli.

Corriere della Sera - E.Perasso

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Quasi la metà degli Italiani è in sovrappeso e a rischio di sviluppare patologie fisiche e psicologiche

Quasi due miliardi: tante sono nel mondo le persone in sovrappeso, mentre gli obesi sono 600 milioni, ovvero il 13% dell’intera popolazione. In occasione del secondo World Obesity Day, Nazioni Unite e Fao (organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura) hanno diffuso gli ultimi dati disponibili: nel 2014 oltre 1,9 miliardi di adulti risultavano in sovrappeso e l’obesità è più che raddoppiata dal 1980. Il problema riguarda soprattutto bambini e adolescenti che vivono nei Paesi in via di sviluppo. Mancanza di attività fisica e alimentazione scorretta sono le cause principali di un’emergenza sanitaria che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, provoca 3,4 milioni di morti ogni anno a causa di patologie legate ai chili di troppo. Queste, a livello globale, uccidono più della malnutrizione: il grasso in eccesso è ritenuto responsabile del 44% dei casi di diabete, del 23% delle malattie ischemiche del cuore e tra il 7% e il 41% di alcune forme di cancro.
Nel 2014, 41 milioni di bambini sotto i 5 anni sono risultati in sovrappeso o obesi. Di questi, quasi la metà vive in Asia. Anche in Africa, il numero di bambini grassi è quasi raddoppiato dal 1990 (5,4 milioni) al 2014 (10,6 milioni). I bambini obesi posso avere difficoltà respiratorie, un maggior rischio di fratture e ipertensione. E possono insorgere presto segnali di malattie cardiovascolari, resistenza all’insulina, oltre che effetti psicologici.
Le cose non vanno meglio in Italia, dove il 46,4% degli adulti ha dei chili di troppo e, di questi, il 10,2 % è obeso. Numeri in continua crescita e aumentati di circa 3 punti percentuali dal 2001 al 2014. Il problema riguarda più gli uomini che le donne, soprattutto se in difficoltà economiche e con basso livello di istruzione. Va detto che ci sono delle differenze territoriali, come mostra il Rapporto “Osservasalute” del 2015. Le regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di obesi (Molise 14,6%, Abruzzo 13,1%, Puglia 11,9%), rispetto alle regioni settentrionali. Quanto al sovrappeso, si registrano punte del 41,5% in Campania 41,5%, 39,6% in Calabria e 39,4% in Puglia. Al Nord c’è invece la quota più elevata di persone che praticano sport in modo continuativo, in particolare nelle province di Bolzano (38,7%) e Trento (30,7%), in Valle d’Aosta (30,2%) e Lombardia (28,5%). I meno sportivi sono i residenti di Campania (17,9%), Basilicata (21,7%), Calabria (23,3%) e Sicilia (23,4%).
«L’attività fisica è il principale fattore in grado di influenzare positivamente la nostra salute, ma non serve strafare» spiega Giuseppe Fatati, presidente della Fondazione Adi. Il problema, come detto, riguarda anche i giovanissimi: in Italia tre su dieci hanno chili di troppo. Secondo il Rapporto Osservasalute, nel 2014 due bambini su dieci (20,9%) nella fascia di età 8-9 anni erano in sovrappeso, uno su dieci (9,8%) obeso. Secondo “Okkio alla salute”, il sistema di sorveglianza promosso dal Ministero della Salute, i comportamenti sedentari tra i più piccoli, pur con una lieve tendenza al miglioramento, non sono molto cambiati rispetto al passato: il 18% pratica sport per non più di un’ora a settimana, il 35% guarda la tv o gioca con i videogame per più di due ore al giorno e solo un bambino su quattro va a scuola a piedi o in bicicletta.
Malattia cronica sottovalutata fino a qualche anno fa e ancora poco curata, l’obesità è una vera epidemia mondiale, i cui costi diretti, solo in Italia, sono di 22,8 miliardi di euro l’anno, di cui il 64% viene speso per ospedalizzazione. Come slogan della Giornata contro l’obesità è stato scelto “Camminare è salute”. [...] All’Istituto Europeo di Oncologia [...] di Milano, Annarita Sabbatini [...] afferma: «Circa il 25% delle morti per cancro sono causate da sovrappeso, obesità, aumento della circonferenza addominale, cattive abitudini alimentari e assunzione di alcol. In particolare, abbiamo riscontrato una correlazione tra obesità e aumento dell’incidenza di alcuni tumori che colpiscono colon-retto, endometrio, esofago, pancreas, reni e seno dopo la menopausa».

Corriere della Sera - L.Cuppini

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Contraccezione: 1 donna su 4 utilizza metodi non sicuri

Il 42 per cento delle under 25 italiane non utilizza nessun metodo contraccettivo durante la prima esperienza sessuale. Non solo, nel nostro Paese un quarto delle donne in età fertile utilizza sistemi poco sicuri per evitare una gravidanza indesiderata: il 17,5 per cento ricorre alla pericolosa pratica del coito interrotto, il 4,2 si affida ai metodi naturali e il 3,1 alla “buona sorte” o altri rimedi. Sono questi alcuni dati resi noti dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) in occasione della Giornata Mondiale della Contraccezione che viene celebrata il 26 settembre in tutti i cinque continenti. Anche a Milano dove i ginecologi presentano la breve guida “Tutte le Risposte sul Sesso e la Contraccezione Consapevole”, che nelle prossime settimane sarà distribuita in tutti i consultori e ambulatori di ginecologia attivi sul territorio nazionale.

Nel nostro Paese la contraccezione ormonale è utilizzata dal 16,2 per cento della popolazione, un dato fra i più bassi in Europa. Fra le regioni, al primo posto si trova la Sardegna, seguita da quelle settentrionali (tutte sopra la media italiana ad eccezione del Veneto). In Italia nel 2014 hanno partorito 7.819 baby mamme con meno di 18 anni. Di queste 4.067 provengono da Regioni del Sud d’Italia e dalla Sicilia. «Dobbiamo insegnare l’educazione alla sessualità e all’affettività sin dalla scuola - spiega Paolo Scollo, Presidente Nazionale SIGO -. Soprattutto servono programmi educazionali specifici per le categorie più propense a comportamenti scorretti e pericolosi come gli under 30 e le donne d’origine straniera». E se andrebbe certo migliorata l’informazione ai giovanissimi, a fronte del preoccupante aumento di malattie sessualmente trasmissibili nella fascia d’età 20-35 anni ma anche nei cinquantenni, non va dimenticato che per proteggersi ed evitare gravidanze indesiderate è bene utilizzare sempre il preservativo (per usarlo correttamente va indossato fin dall’inizio del rapporto e per tutta la sua durata).

Secondo l’ISTAT è proprio il preservativo il metodo contraccettivo più utilizzato dalle italiane (42,4 per cento), seguito dalla pillola (24,3 per cento) e dal coito interrotto (17,5). In occasione della Giornata Mondiale viene presentata anche un’indagine condotta in 9 Paesi su 4.500 donne d’età compresa tra i 20 e 29 anni, tra le quali 500 italiane. «Un quarto delle interpellate nel nostro Paese si dichiara soddisfatto del metodo che sta utilizzando e quindi non sente il bisogno di cambiarlo - dice Valeria Dubini, Consigliere Nazionale SIGO, che con la campagna “Scegli Tu” punta a offrire un’informazione completa e qualificata -. Ma se decidesse di farlo il 62 per cento chiederebbe correttamente consiglio al ginecologo. È una scelta importante che può risultare difficile perché i metodi disponibili sono numerosi (aneli, cerotti, pillole, metodi fit&forget, ovvero metti e dimentica, quali sistemi intrauterini, dispositivi al rame o impianti sottocutanei) e ognuno possiede delle caratteristiche specifiche che vanno valutate e discusse tra medico e paziente». Le ragazze italiane prestano una particolare attenzione ai possibili conseguenze indesiderate: nella scelta del contraccettivo danno un valore di importanza 8,4 (in una scala da 1 a 10) alla riduzione degli effetti collaterali (come l’aumento di peso) e 8,3 al fatto che agisca localmente (senza avere quindi ripercussioni sull’intero organismo).

Corriere della Sera - V.Martinella

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La caffeina di 3 caffè al giorno riduce il rischio di demenza

Circa tre caffè (espresso) al giorno (pari a un consumo di circa 261 milligrammi di caffeina) potrebbero proteggere dalla demenza. E' quanto suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista The Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences, che ha visto coinvolte quasi 6.500 donne over-65.

Diretta da Ira Driscoll, professore di psichiatria presso la University of Wisconsin-Milwaukee, la ricerca è unica nel suo genere per la opportunità senza precedenti di analizzare a lungo termine il consumo di caffè e l'incidenza della demenza senile su un campione così ampio di individui.

Già precedenti lavori dimostravano le proprietà del caffè nel potenziare la memoria a lungo termine (ad esempio una ricerca pubblicata su Nature Neuroscience nel 2014). In questo lavoro è stato analizzato il consumo di caffeina (da caffè, tè, bibite come la cola) del campione, la cui salute è stata monitorata per oltre 10 anni nel corso dei quali si è arrivati a quasi 390 nuove diagnosi di demenza.

Rielaborando i dati raccolti, i ricercatori hanno calcolato che - rispetto a chi consuma non più di 64 milligrammi di caffeina al giorno (che grosso modo è pari a un espresso - il cui contenuto in caffeina varia da 47 a 75 mg - o a metà di una caffettiera da due tazzine di moka) - coloro che ne consumano 261 milligrammi al giorno (pari a circa 3 tazzine di espresso o a due tazzine di moka) presentano un rischio di ammalarsi di demenza o di deficit cognitivo ridotto del 36%. Per gli amanti del tè, il contenuto di caffeina ritenuto protettivo, equivale a circa 5 tazze di tè nero (200 ml circa l'una).

Redazione Ansa

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I benefici del sarcasmo (secondo la scienza)

Un’ironia pungente, sfoderata con la specifica intenzione di umiliare o ferire qualcuno. E promuovere anche la creatività. Sì, il sarcasmo – dal greco sarkasmós, ovverolacerare le carni, una forma pungente di ironia, per schernire o umiliare – migliorerebbe le performance creative secondo uno studio pubblicato su Organizational Behavior and Human Decision Processes. I ricercatori della Harvard Business School, della Columbia Business School e di Insead, riabilitano così in parte questa sottile forma di comunicazione, spesso causa di situazioni imbarazzanti e conflittuali.

Lo studio di riferimento è alquanto semplice. Nel complesso, mettendo i partecipanti in situazioni (conversazioni) diverse – sarcastiche, sincere e neutrali – i ricercatori hanno osservato che coloro che partecipavano a un dibattito decisamente sarcastico ne traevano dei benefici. In particolare chi si era ritrovato in situazioni sarcastiche poi riusciva meglio a svolgere compiti nei quali erano richieste doti di creatività, come a suggerire, ha commentato Adam Galinsky della Columbia Business School che “il sarcasmo abbia la potenzialità di catalizzare la creatività. Ma potrebbe essere anche il contrario, frena il ricercatore: ovvero le persone naturalmente più creative potrebbero essere più propense a usare il sarcasmo, ribaltando la direzione della correlazione ipotizzata. Ma assumendo che sia vera la prima versione, in che modo il sarcasmo favorirebbe la creatività?

Per Francesca Gino della Harvard Business School potrebbe essere lo sforzo che facciamo a sintonizzarci con l’altro a stimolare i processi creativi: “Per creare o decodificare il sarcasmo è necessario superare la contraddizione tra il significato letterale e quello reale di un’espressione sarcastica. Questo processo attiva ed è facilitato dall’ astrazione, che a sua volta promuove il pensiero creativo”.

Ora, questo non significa che per diventare tutti novelli Steve Jobs sia sufficiente lasciarsi andare al sarcasmo. No, anche perché il sarcasmo può facilmente generare incomprensioni, conflitti e confusione. Rischi miminizzati però, avvertono gli scienziati, se tra chi fa e riceve del sarcasmo c’è un rapporto di fiducia reciproca , racconta Galinsky: “Mentre la maggior parte delle ricerche precedenti sembravano suggerire che il sarcasmo fosse dannoso per una comunicazione efficace, perché percepito come più sprezzante della sincerità, noi abbiamo scoperto che, a differenza del sarcasmo tra due parti che non si fidano l’un dell’altro, il sarcasmo tra individui che condividono un rapporto di fiducia non genera più disprezzo della sincerità”.

Tutto questo, concludono i ricercatori, è però solo l’inizio (e abbastanza teorico). Per capire gli effetti a livello relazionale, cognitivo e comportamentale del sarcasmo, sia in chi lo fa che in chi lo riceve, saranno necessari altri studi, focalizzandosi magari su alcuni aspetti specifici, quali tono e contenuto, di critiche e complimenti sarcastici, per esempio.

Wired Scienza - A.L.Bonfranceschi 

Termini della licenza

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I disordinati sono più creativi

Come recitano diverse magliette, bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante. La citazione, vabbe’, è nicciana, il libro è Così parlò Zarathustra e questo lo sanno tutti. Quello che non tutti sanno, però, è che è tutto vero. Almeno, secondo una ricerca condotta da Kathleen Vohs della Carlson School of Management, dell’Università del Minnesota, il disordine aiuta la creatività.

Lo studio ha considerato 188 persone, che vivono e lavorano in ambienti più o meno disordinati. Alla fine, chi aveva stanze o scrivanie disordinate , trovava le idee più fantasiose e interessanti. Gli altri no. Lo scrive la stessa Vohs sul New York Times: «Mettere tutto in ordine ha ovvi benefici. Però un ambiente troppo ordinato può bloccare l’ispirazione». È un cliché che diventa realtà, una verità comune che si realizza, una convinzione che ottiene il bollino della scienza. 

Del resto, lo diceva anche Albert Einstein, che si contende il record di citazioni a caso insieme al succitato Nietzsche, che «se una scrivania incasinata è il segno di una mente incasinata, cosa dobbiamo pensare di una scrivania vuota?»

Redazione Linkiesta 

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Grazie alla musica, meno ansia e dolore per chi è sottoposto a chirurgia

Ascoltare musica prima, durante e subito dopo un intervento chirurgico diminuisce l’ansia, il dolore e il bisogno di antidolorifici, persino quando l’intervento è in anestesia totale. Lo afferma uno studio coordinato dalla Queen Mary University di Londra e pubblicato dalla rivista Lancet.

I ricercatori hanno analizzato 73 studi condotti confrontando gli effetti della musica con quelli delle terapie usuali e di altri interventi non medici, come i massaggi, su un totale di oltre 7mila pazienti di quasi tutti i tipi di chirurgia esclusa quella cerebrale. «Lo studio conferma, per la prima volta, il legame tra la musica nel teatro operatorio e una significativa riduzione nel dolore post operatorio, nell’ansia dopo l’intervento e del bisogno di antidolorifici». Il tipo di musica, scrivono gli autori, non influisce sui risultati, anche se un leggero miglioramento non statisticamente significativo si è visto se è lo stesso paziente a sceglierla. L’effetto si nota anche se il paziente è in anestesia totale.

«Sappiamo dai tempi di Florence Nightingale che ascoltare musica ha un impatto positivo nei pazienti durante un intervento chirurgico – afferma Martin Hirsch, uno degli autori -, tuttavia serviva una analisi che mettesse insieme i risultati di tutti i piccoli studi in questo campo per provare che funziona realmente». Sulla base dei risultati dello studio i ricercatori sperimenteranno un metodo operativo per far ascoltare musica in un reparto del Royal London Hospital, dove alle donne che stanno per avere un cesareo e quelle che avranno un’isterectomia verrà fornito un cuscino dotato di altoparlanti.

Redazione Ok Salute e Benessere -


L'uomo spiritoso è affascinante, la donna invece no

Ridere fa bene allo spirito, ma anche all'amore. Il professor Jeffrey Hall, della University of Kansas, sostiene infatti che l'umorismo sia un elemento fondamentale per garantire il successo ad una coppia che vuole essere duratura o anche solo al corteggiamento iniziale. Secondo i suoi studi, infatti, le probabilità di riuscita per un uomo sono direttamente proporzionali alle risate che riesce a "strappare" alla donna a cui è interessato. Insomma, più un uomo fa divertire una donna, più questa sarà predisposta nei suoi confronti. La scienza conferma quello che già noi sapevamo da tempo: per conquistare una donna bisogna farla ridere.

Ciò che però non sapevamo è che la stessa cosa non vale al contrario: le donne che fanno ridere gli uomini non hanno un maggior potere attrattivo nei loro confronti.

Le conclusioni del professor Hall giungono al termine di alcune ricerche che avevano in realtà l'obiettivo di comprendere se esistesse o meno una connessione diretta tra intelligenza e umorismo. Appurata l'insistenza di questo legame, lo studioso si è concentrato sull'importanza che ha l'umorismo per le relazioni di coppia. Ha così riunito 51 coppie di studenti eterosessuali, single, che non si conoscevano e li ha messi a confronto per 10 minuti, al termine dei quali è seguito un questionario a risposta multipla.

Dai dati raccolti è emerso proprio che i maschi più simpatici erano coloro con più probabilità di riuscita, in caso di corteggiamento, risultato questo non valido al contrario. Inoltre, nelle coppie in cui i partecipanti avevano riso insieme, l'uno delle battute dell'altro, il tasso di interesse reciproco era maggiore. Riassumendo, il professor Hall sostiene che:
- l'umorismo rende le persone più socievoli e piacevoli
- gli uomini utilizzano l'umorismo per tastare in terreno e capire se la donna sia interessata
- quello dell'uomo che fa le battute e della donna che ride potrebbe essere uno script tipico del corteggiamento
- l'umorismo condiviso aiuta la relazione.


Z.Ayache - Redazione Fanpage Scienze -


Più di un medico su due non rivela la diagnosi di Alzheimer ai propri pazienti

La visita medica dura 10-15 minuti e, se tutto finisce là, il paziente non saprà ciò che ha e che il medico comunque sospetta. Il rapporto 2015 presentato dall'Alzheimer's Association mette inquietudine, poiché secondo lo studio americano il 55% dei medici non rivela ai propri pazienti la loro malattia: l'Alzheimer. Secondo quanto dichiarato dal rapporto, i medici sono sempre consapevoli che, eticamente, bisognerebbe sempre dire la verità al paziente, eppure nella fattispecie scelgono di tacere. Di solito usano termini vaghi, senza tuttavia dare un nome alla malattia. L'obiettivo è non dare ulteriore stress al paziente, oppure non comunicargli un malessere che lui sottovaluterà. Alti medici, invece, sembra ne facciano questione di tempo. Jason Karlawish, professore di medicina, etica medica e politica sanitaria presso la University of Pennsylvania, ha spiegato che "non abbiamo strutturato in maniera adeguata il sistema sanitario affinché ci si prenda cura di utenti anziani con deterioriamenti di tipo cognitivo".

Cosa comporta questo segreto? Di certo non porta serenità. L'Alzheimer è una malattia progressiva, il che vuol dire sì che non può che peggiorare, ma allo stesso tempo vuol dire anche che prima si interviene, prima si può rallentare il processo di deterioramento. Insomma, spiega Keith N. Fargo, PhD, direttore dei programmi scientifici e di sensibilizzazione presso l'Associazione Alzheimer, "quando alla gente non si dice qual è la loro malattia, la si priva di questa possibilità". Oggi la ricerca medica affronta la malattia soprattutto dal punto di vista della prevenzione, ma farmaci sperimentali stanno ottenendo buoni risultati nel rallentamento del processo di degenerazione. E' questa, ad esempio, una delle possibilità di cui vengono privati i malati di Alzheimer all'oscuro della propria patologia. Non solo. Spiega ancora il professor Karlawish che esiste anche un beneficio di natura psicologica che plasma anche la propria vita futura: "Una volta che hai dato un nome ad un problema, puoi dare un senso a ciò che non va e pianificare il futuro".

I dati forniti dalla Medicare Current Beneficiary Survey su un campione di 16.000 persone hanno rivelato che solo il 45% dei malati di Alzheimer era stato informato della diagnosi dal proprio medico. Al contrario, il 96% delle persone con tumore al seno era stato già informato da una diagnosi. Ancora meno le persone, solo il 27%, erano state informate della propria demenza. A ciò si aggiunge una precedente ricerca del CDC, secondo cui solo il 34,8% degli adulti sopra i 65 anni e con malattia di Alzheimer era consapevole della diagnosi. Nella maggior parte dei casi, stando alle ricerca citate, i medici si sono dimenticati di comunicare il male.

Redazione Fanpage Scienze -


Dimmi come usi i social network e ti dirò qualcosa di te

Facebook, Twitter, Instagram, Google Plus. Ovvero, il paradiso di vanesi e narcisisti. Che inondano proprie (e altrui) bacheche virtuali con roboanti dichiarazioni su promozioni sul lavoro, vacanze al mare, auto nuove e partner innamoratissimi. Ma la scienza, oggi, ha qualcosa da dire agli iperattivi da social network: chi non riesce a fare a meno di aggiornare compulsivamente il proprio profilo virtuale ha un livello di autostima inferiore alla media. E il suo comportamento ultra-espansivo non è che un modo per mascherarlo. A sostenerlo sono gli psicologi dell'inglese Brunel University, in un lavoro pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences.

Gli scienziati, in particolare, hanno analizzato il comportamento di 555 utenti di Facebook, che hanno compilato un questionario online per valutare i cosiddetti "big five", cinque tratti della personalità - estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva e apertura mentale - comunemente usati per codificare carattere e comportamento umani. "Naturalmente, non è sorprendente che quello che si pubblica su Facebook  rifletta la personalità degli utenti", spiega Tara Marshall, una degli autori del lavoro. "È importante però comprendere perché scelgano di esprimersi in merito a un particolare argomento e quali siano i feedback in termini di 'mi piace' e commenti. Le persone che ricevono più 'mi piace' e commenti vivono i benefici dell'inclusione sociale, mentre quelli che ne ricevono pochi o nessuno si sentono ostracizzati".

I ricercatori, dunque, hanno eseguito un'analisi semantica sugli aggiornamenti di stato di Facebook, mettendoli in correlazione con gli specifici tratti di personalità che sono emersi dalla valutazione dei questionari. Scoprendo che chi tende a pubblicare aggiornamenti di stato relativi alla propria situazione sentimentale ha un livello di autostima inferiore alla media. I narcisisti, invece, pubblicano frequentemente dichiarazioni relative alla propria dieta, all'esercizio fisico o all'aspetto corporeo, fenomeno legato, secondo gli scienziati, a un maggiore bisogno di attenzione e conferme da parte dei propri contatti sul social network. Le persone più coscienziose, infine, si sono mostrate più propense a pubblicare aggiornamenti di stato relativi ai propri figli.

"Presi nel complesso", scrivono gli autori, "i nostri risultati ci aiutano a capire perché alcuni utenti di Facebook scrivono aggiornamenti di stato sulla festa cui hanno partecipato nel weekend, altri parlano del libro che hanno appena finito di leggere e altri ancora raccontano di promozioni al lavoro". L'équipe di ricerca, ora, vuole ampliare l'analisi, esaminando la probabilità che contenuti relativi a un particolare argomento ricevano 'mi piace' o commenti e quali siano gli argomenti che rendono più probabile la revoca dell'amicizia. Virtuale, s'intende.

S.Iannaccone - La Repubblica -



Il corteggiamento virtuale è simile a quello nella vita reale?

Qualche bugia di troppo, biografie un po’ esagerate nella sostanza, ma nella forma il corteggiamento non cambia molto se è fatto o ricevuto dal vivo o attraverso il web.

Unica cosa: attenzione agli errori di grammatica. Parola di Zoe Hazelwood, psicologa della Queensland University of Technology, che ha dedicato alle relazioni via internet uno studio. La prima caratteristica paragonabile è nella comunicazione non verbale, quella fatta di sguardi e gesti: anche se dietro un monitor - e senza webcam - secondo Hazelwood la gente si forma un’opinione del compagno di tastiera fatta di un puzzle di microindizi. “Le gente si forma impressioni del partner online basate su cose come gli errori di ortografia, l’uso di abbreviazioni e acronimi, la quantità di punti esclamativi, l’uso della grammatica”, dice l’esperta. In molti casi questo può essere determinante per il futuro del rapporto a distanza, quando ad esempio si decide di tagliare la connessione con qualcuno “di cui non piace lo stile di scrittura o che fa troppi errori”. Per il resto tutto è più o meno uguale a quanto accade nella “vita vera”, compresi gli aneddoti inventati di sana pianta o quasi: anche nel mondo virtuale, “le persone diluiscono un po’ la verità su stessi - dice Hazelwood -ma solo leggermente”.

La seduzione online non ha età. Contrariamente a quanto si pensa, il gioco sottile del corteggiamento funziona sulle chat anche tra persone di una certa età. È il caso di una signora di 76 anni. La studiosa ha monitorato anche le sue conversazioni online grazie alle quali ha conosciuto un coetaneo del quale è diventata poi moglie. “Questo dimostra che tutti abbiano l'opportunità di utilizzare questa tecnologia -afferma la ricercatrice -. Esso dimostra inoltre che se le persone sono disposte ad accettare la sfida e a credere di avere successo - conclude - non è mai troppo tardi per trovare qualcuno."

C.Colasanto - Il Sole 24 Ore -


Evitare le scene di disperazione di fronte ai bambini che hanno perso una sorella

"Evitare di lasciarsi andare alla disperazione" davanti a Keba, Gioele e Natan, i tre fratelli di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate trovata senza vita sabato pomeriggio a tre mesi esatti dalla sua scomparsa. I genitori della ragazza "in questi mesi hanno saputo trasmettere un'immagine di grande forza e autocontrollo: sono certa che non faranno ricadere la loro disperazione e il loro dolore sui tre figli", confida Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dell'età evolutiva all'università Sapienza di Roma.

Quel che risulta fondamentale per i tre fratelli della piccola Yara "è parlargli, lasciarli esprimere e tirare fuori le loro ansie cercando di fornire risposte alle loro domande". E se si rifugiano nel silenzio "è bene rispettarlo, aspettando che dettino loro i tempi per affrontare un capitolo così doloroso della loro vita". Bisogna agire "con sensibilità", a casa ma anche a scuola, quando torneranno tra i banchi," perché in questi casi non vige una regola generale: bisogna rispettare il dolore muovendosi con estrema cura e attenzione".

Quanto al riconoscimento della salma da parte dei genitori della giovane, avvenuto ieri, "anche in questo caso - spiega l'esperta - non vige una regola generale. Di certo non deve esserci alcun obbligo, ma bisogna rispettare il desiderio di rivedere la figlia un'ultima volta o al contrario il bisogno di ricordarla come era in vita. In quest'ultimo caso, il riconoscimento verrà delegato a un familiare meno coinvolto rispetto ai genitori. A volte, comunque - prosegue Oliverio Ferraris - è importante per una madre o un padre anche solo ricongiungersi a un frammento, sfiorare i capelli un'ultima volta, toccare quegli amabili resti. Può apparire macabro, ma è un desiderio che va assolutamente rispettato".

Redazione Il Tempo -


Stalking: una persona su 5 ne è vittima

un bombardamento assillante di telefonate, sms, e-mail a ogni ora del giorno e della notte, sentirsi intrappolati per i pedinamenti e gli inseguimenti messi ossessivamente in atto da qualcuno, fino a temere per la propria incolumità. E' lo stalking, un comportamento che in Italia è perseguibile penalmente, con condanne che possono arrivare a quattro anni di carcere (sono sufficienti due episodi perché il reato si configuri) e che si manifesta con una frequenza sempre più allarmante, come testimoniano recenti e drammatici fatti di cronaca.

la prima settimana dedicata alla prevenzione dello stalking organizzata dall'Osservatorio nazionale stalking in collaborazione con il sindacato di polizia Coisp 2, che ha organizzato convegni e incontri in tutta Italia, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. "Valutiamo che un italiano su cinque sia rimasto vittima di questo comportamento - dichiara Massimo Lattanzi, presidente dell'Osservatorio. - Non esiste un profilo tipico dello stalker, si tratta di un fenomeno trasversale che riguarda l'operaio come l'impiegato o il libero professionista: quello che li accomuna è una personalità fortemente manipolatrice".

Per l'80% le vittime sono donne. Anche se aumentano le richieste di aiuto da parte degli uomini. La vittima quasi sempre conosce l'autore
lo stalker è per lo più il partner o l'ex, ma spesso un collega o un vicino di casa, e in alcuni casi un familiare. I suoi comportamenti molesti inducono nella vittima limitazione della libertà personale, ansia, perdita del sonno, talvolta possono spingerla persino a tentare il suicidio. Lo stalker non è in grado di rispettare il confine "tu-io", è un manipolatore spesso inconsapevole che idealizza e al tempo stesso sminuisce l'altro. Può presentarsi come un introverso con tratti ossessivi, ipocondriaci e istrionici; è sempre qualcuno in cui un rifiuto innesca uno tsunami emotivo in grado di scatenare conseguenze molto pericolose.

il numero verde nazionale 1522, attivo 24 ore su 24, che offre assistenza psicologica e giuridica indirizzando presso gli sportelli allestiti nelle questure. Un'intesa tra questo ministero e quello della Difesa ha permesso la costituzione di un nucleo di Carabinieri anti stalking, con compiti di monitoraggio del fenomeno.
fondazione Doppia Difesa 3, creata dall'avvocato Giulia Bongiorno e da Michelle Hunziker (essa stessa vittima di stalking), offre consigli legali e sostegno psicologico, e dà l'opportunità di raccontare la propria storia.

un percorso di risocializzazione, unica forma di prevenzione concreta, perché il 90 per cento di coloro che praticano lo stalking hanno un buon contatto con la realtà, e non sono affetti da una psicopatologia grave: "Quella che entra in gioco è una visione fondamentalmente narcisistica di sé, che rende più sensibili a un rifiuto, ad una separazione vissuta come abbandono", - spiega. "Il nostro è un centro specializzato che da quattro anni propone questo percorso: dal 2002 abbiamo ricevuto oltre 33mila richieste di aiuto da parte di vittime e 500 da presunti autori". Nel 40 per cento dei casi gli stalker sono recidivi, nel 30 per cento seriali: tra coloro che ricorrono all'Osservatorio, quasi la metà delle vittime chiedono un aiuto per i persecutori.

la violenza psicologica da parte di familiari (gashlighting), che mira a distruggere la personalità della vittima arrivando a farla dubitare della propria sanità mentale. Di questo si è parlato nel recente convegno di Roma, nel corso del quale è stata illustrata l'attività dell'Osservatorio sicurezza, il primo centro in Italia dedicato ad accompagnare i singoli e le coppie nel difficile percorso della separazione e della genitorialità, creato dall'Aipc 4 (Associazione italiana di psicologia e criminologia) in collaborazione con la Commissione consiliare speciale politiche per la sicurezza urbana e il Coisp, in un'ottica di prevenzione di quei crimini, che sempre più spesso hanno come teatro l'ambiente familiare. Dai dati forniti si rileva come nel 70% dei casi il tipo di violenza messa in atto in ambito familiare sia di tipo psicologico, e nel 67% dei casi venga perpetrata dai padri. Ma il dato più allarmante è che nella totalità dei casi la violenza psicologica non è denunciata, pur arrecando danni non meno gravi di quella fisica.

E.Stella - La Repubblica -


Quando un ritratto sa cogliere la psicologia della persona

Il primo ritratto che conosciamo di Lorenzo Lotto è quello di Bernardo de’ Rossi di San Secondo, vescovo di Treviso. È il 1504. Due anni prima il vescovo ha subito un attentato ispirato da quanti — Girolamo Contarini, che rappresenta la Serenissima, tra gli altri — resistono alla sua strenua difesa delle prerogative della chiesa trevigiana. Il vescovo è visto dal basso, sullo sfondo di un drappo d’onore di velluto verde al di sopra del quale si delinea una striscia di cielo. La luce radente attraversa i suoi trasparenti occhi azzurri e scende a registrare uno per uno tutti i bottoni dell’abito talare, per arrestarsi al pugno che stringe un rotolo di pergamena. Nell’indice è l’anello con lo stemma del casato. Non sappiamo se Lorenzo Lotto condividesse le intenzioni del vescovo, ma certo il busto che ha dipinto è la rappresentazione di un’autorità inscalfibile. Vi è poi ancora una dichiarazione più esplicita: il ritratto era protetto da una tavola, dipinta sempre da Lorenzo Lotto, che, come in un rebus o in un sogno inesplicabile, enuncia le ambizioni del vescovo: l’albero dei de’ Rossi, stroncato da un fulmine, germoglia di nuovo. La composizione allegorica è del tutto diversa dal ritratto. Non più luci radenti e ombre nette ma un’atmosfera umida, che deve molto a Giorgione. Intanto Lotto ha scoperto una via del ritratto sino allora sconosciuta. Non è più il ritratto documentario, che registra anni e abiti del ritrattato, bensì un’immagine dell’uomo che lo colloca per segni misteriosi nell’universo mondo.

il ritratto di un giovane sdegnoso, chiuso nell’abito e nel cappello neri, contro un drappo operato bianco orlato di verde. Il drappo è scostato quel tanto che permette di scorgere una lucerna accesa.
È del miracolo della pittura che ci vuol parlare questo ritratto impenetrabile d’un giovane sconosciuto?

lavorare con Raffaello nelle stanze vaticane. Dovette essere lui a far conoscere a Raffaello le grandi novità della pittura veneziana (come spiegare altrimenti la Roma in fiamme nella Stanza di Eliodoro?), mentre Raffaello, affidando a lui di finire gli arazzi nella volta della sala, gli apriva la strada alla prossima avventura: il disegno delle tarsie di Santa Maria Maggiore a Bergamo. Sarebbe stata la più appassionata e continua invenzione di enigmatiche imprese di tutto il Cinquecento. Ormai l’esplorazione delle psicologie, nei ritratti di Lorenzo Lotto, è inseparabile dal dispiegamento di enigmi, come nella luna che accompagna Lucina Brembati. Nello stesso tempo, il tono sommesso del doppio ritratto di Giovanni Agostino e Nicolò della Torre, se confrontato con il ritratto del vescovo de’ Rossi, ci pone davanti alla nuova clientela del Lotto: non vescovi, né papi, non principi né condottieri, ma un mondo di provincia, percorso dai nuovi turbamenti delle coscienze provocati dalla Riforma. Davvero, che cosa penserà Elisabetta Rota, mentre ha la visione del congedo di Gesù dalla Madre?

ritrae il proprio padrone di casa o la melanconica dextrarum iunctio di Marsilio Cassotti e della moglie Faustina. Il giogo che un cupido maliziosamente sorridente impone agli sposi non sembra leggero.
il ritratto di Andrea Odoni, il colto e facoltoso collezionista, amico dell’Aretino, con casa affrescata da Girolamo da Treviso, segnano la grande diversità tra Venezia e la provincia. Con gesto eloquente, Odoni ci mostra una statuetta di Artemide Efesia, che allora passava per un’allegoria della Natura. Le anticaglie raccolte sono un’evasione e un rifugio. Il volto non esprime il soddisfatto orgoglio del fortunato collezionista, ma una malinconia invincibile. Nel ritratto d’un giovane aristocratico, sempre eseguito a Venezia, le cedole chiuse e il libro dei conti spalancato, le chiavi abbandonate sul forziere, sembrano indifferenti a colui che è perso in altri pensieri. A lui si rivolge interrogativa una lucertola di bronzo, mentre un anello e i petali d’una rosa sfiorita accennano a una storia che solo lui e Lorenzo Lotto sapevano.

modernità di Lotto ritrattista ha dato testimonianza Giulio Paolini, che ha intitolato un ritratto giovanile del Lotto giovane che guarda Lorenzo Lotto, cogliendovi quel colloquio infinito tra pittore e modello che è il segreto dei suoi ritratti.

C.Bertelli - Corriere della Sera -


Perchè facciamo fatica a ''connettere'' appena svegli?

È dura per voi svegliarsi? Ci mettete tanto tempo prima di “connettere”? Non preoccupatevi, perché probabilmente non è colpa del fatto che la sera prima avete fatto le ore piccole. La colpa è –soltanto - del cervello. Questo è quanto afferma uno nuovo studio condotto dal dipartimento di Psicologia dell’università La Sapienza di Roma, dall’associazione Fatebenefratelli e i ricercatori delle università dell’Aquila e Bologna.


Lo studio, pubblicato su Neuroscienze, dimostra che appena dopo il risveglio la corteccia cerebrale presenta una notevole diminuzione dell’attività elettrica ad alta frequenza, ossia delle frequenze Beta che viaggiano intorno ai 15-25 Hz. Tale attività è collegata allo stato vigile di ogni essere umano. Ecco perché nei primi minuti, al risveglio, ci sentiamo un po’ “lenti”.


Lo studio potrebbe avere molte implicazioni su tutti i settori in cui l’attività vigile è essenziale. In particolare per i militari, gli astronauti, gli addetti al pronto soccorso ecc., che per ovvi motivi sono costretti ad avere una ripresa rapida. Per loro si potrebbe pensare a un sistema in grado di monitorare la reale attività cerebrale.
«Grazie alle attuali tecnologie, che consentono ormai di miniaturizzarli, si potrebbe immaginare infatti un sistema di sensori elettroencefalografici in modo da determinare nelle singole regioni cerebrali il livello critico per garantire adeguate prestazioni», spiega il coordinatore della ricerca, Luigi de Gennaro. Insomma, se non rientrate in questa categoria aspettate almeno cinque minuti prima di dire o fare qualsiasi cosa, giusto il tempo di permettere al cervello di sintonizzarsi su un’altra frequenza… ed evitare di creare danni.

Redazione La Stampa -


Navigare sul proprio profilo Facebook fa bene all'autostima

Sull'attività di social-networking si è detto tutto e il contrario di tutto, spesso evidenziandone gli aspetti più negativi, ma uno studio condotto da ricercatori della Cornell University (New York), pubblicato da CyberPsychology, dimostrerebbe che la propria pagina di Facebook ha un effetto benefico sulla considerazione che abbiamo di noi stessi.

Amy Gonzales e Jeffrey Hancock hanno sottoposto a esperimento tre gruppi di 21 studenti ciascuno, presso il Social Media Lab dell'università. Un primo gruppo, detto tecnicamente di controllo, è stato collocato di fronte a schermi di computer vuoti per tre minuti. Il secondo gruppo sedeva invece di fronte a computer coperti da specchi, e sono rimasti davanti alla propria immagine riflessa per un'uguale quantità di tempo. Infine, al terzo gruppo è stato concesso di trafficare sul proprio profilo Facebook. Al termine dell'esperimento, i partecipanti hanno compilato tutti un questionario di valutazione dell'autostima. Risultato?

Chi aveva navigato su Facebook mostrava un balzo in avanti nella considerazione di sé, mentre sugli altri gruppi non si è registrato alcun cambiamento sensibile. Sarebbe interessante, naturalmente, dare un'occhiata al profilo Facebook dei soggetti. Bisogna considerare, in ogni caso, che l'esperimento riguardava il proprio profilo, e non l'intero arsenale di gruppi e soggetti che affollano Facebook. Solitamente, le persone accumulano piacevoli souvenir e commenti amichevoli, che non stupisce possano coccolare l'amor proprio.

I ricercatori hanno una spiegazione un po' più articolata: "Mentre uno specchio ci ricorda chi siamo veramente e può avere un effetto negativo sulla stima di sé, quando tale immagine non corrisponde ai nostri ideali, Facebook può mostrare una versione positiva di noi stessi" ha commentato Hancock in un comunicato che accompagnava la ricerca. Questo però non significa che il social networlk restituisca "un'immagine ingannevole di noi. Anzi, è positivo.” ha precisato il ricercatore. Hancock ha sottolineato l'unicità di questo studio, uno dei primi a testimoniare “un vantaggio psicologico di Facebook".

In effetti, come si è accennato, molto si è detto sullo stress indotto dall'eccesso di comunicazione o su autentiche sindromi maniacali che catturano alcuni utenti del social network, e poche sono state le promozioni provenienti dal mondo accademico per il fenomeno del momento.

Non più di due settimane fa l'università Napier di Edimburgo aveva lanciato l'allarme “ansia da Facebook”. In un sondaggio svolto tra gli studenti risultava che il 12% degli intervistati dichiarava di essere infastidito dalla richiesta di nuove amicizie, in grado di scatenare veri sensi di colpa quando si medita di rifiutarle. Tanto che il 63% dichiarava di rimandare il più possibile il momento della risposta.

"Mettendo a disposizione molteplici opportunità di auto-presentazione - attraverso foto, dati personali e commenti spiritosi – i siti di social-networking sono un esempio di come la tecnologia moderna ci costringe talvolta a riconsiderare processi psicologici che credevamo già compresi" ha dichiarato Gonzales a commento dei risultati dell'esperimento della Cornell University. In ogni caso, il verdetto della ricerca non riguarda l'intero universo di relazioni messo in moto da Facebook, ma solo il proprio profilo. E' lì, e solo lì, che dovrete cercare quando vorrete sollevare un po' il vostro morale.

C.Leonardi - La Stampa -



Dipendenza da gioco d'azzardo in forte aumento

Sempre più "malati di gioco d'azzardo" a causa della crescente popolarità delle scommesse su internet: l'allarme arriva da Alex Blaszczynski, docente di psicologia all'Università di Sydney, secondo cui le scommesse via internet stanno cambiando il profilo del giocatore d'azzardo.

"Il gioco d'azzardo attuale è sempre più lontano dall'immagine di una persona seduta per ore davanti a una macchinetta da videopoker. Mentre abbiamo ancora a che fare con questi pazienti stiamo vedendo che i giovani, in particolare, praticano sempre più spesso e hanno sempre più difficoltà a controllare le scommesse sportive, molto spesso effettuate tramite internet. Guardando ai numeri da noi registrati abbiamo circa un 70% di incremento di pazienti da scommesse sportive tra il biennio 2008-2009 e il 2010-2011".

Con la navigazione internet ad alta velocità e le connessioni senza fili attraverso gli smart phone si può letteralmente giocare sempre e ovunque, spiega Christopher Hunt, psicologo dell'Università di Sydney: "Tutto questo rende più facile giocare e aumentare il rischio di diventare dipendenti dal gioco d'azzardo. Molti giovani perdono ingenti somme di denaro a causa delle scommesse sportive su internet. Si può letteralmente perdere una fortuna senza nemmeno dover uscire di casa".

M.Cesta - Il Sole 24 Ore -


Raggiunta la mezza età, si è più a rischio di essere infelici?

Arrivati al proprio “secondo tempo” – per dirla alla Max Pezzali – e anche oltre, le persone anziché darsi una spinta in più, pare si buttino del tutto giù. Questo, almeno, quanto affermato da uno studio internazionale condotto principalmente in Gran Bretagna, Svizzera e Germania.

Secondo i dati raccolti dal professor Bert van Landeghem dell’Università di Maastricht, arrivati oltre i quaranta e al traguardo dei cinquant’anni, il livello di felicità di una persona scende ai minimi storici.
Tuttavia, pare che oltrepassata una certa soglia, la felicità possa tornare. Per esempio, le persone di 65 anni o più sembra tendano a ritrovare soddisfazione per la propria vita, piuttosto che ricercare uno spirito di gioventù perduto.

Sia quelli di 25 anni che quelli di 65 concordano nel sentirsi più felici e soddisfatti che non quelli di 50 anni, spiega Bert van Landeghem alla Conferenza della Royal Economic Society. «Il livello di felicità può essere rappresentato da una curva a forma di U», sottolinea il ricercatore, spiegando che quelli più anziani, di solito, hanno imparato a essere soddisfatti per ciò che hanno invece di rimpiangere ciò che non hanno.
Ecco, ancora una volta il segreto è tutto qui: essere soddisfatti, e grati, per quello che si ha.

Redazione La Stampa -


Scoprire a 20 anni se si è a rischio Alzheimer grazie a un test

Un test tanto precoce del Dna che potrebbe rivelare già a 20 anni se ci si ammalerà di Alzheimer. È quanto emerge da uno studio americano pubblicato su Lancet Neurology grazie al quale è stata scoperta una “spia” genetica, la mutazione del gene chiamato presenilina 1 (PSEN 1), che anticipa la diagnosi della forma di Alzheimer familiare, quella che può essere “ereditata” tramite il patrimonio genetico dei genitori e che spesso manifesta i primi segni di deficit cognitivo già dopo i 40 anni. Una tecnica che potrebbe essere estesa anche all'Alzheimer più comune, prevenendolo con farmaci adeguati.

La ricerca - Gli scienziati del Banner Alzheimer's Institute in Arizona, della Boston University e della University of Antioquia hanno studiato 44 adulti di età compresa tra i 18 e 26 anni, sottoponendoli a risonanze magnetiche, analisi del sangue e del liquido cerebrospinale (Csf) scoprendo così che circa il 30% del campione - tutti soggetti senza segni clinici della malattia - aveva nel patrimonio genetico la mutazione di PSEN1 e con ogni probabilità è destinato a sviluppare la malattia neurodegenerativa in un'età insolitamente giovane, collocata intorno ai 45 anni. Oltre al gene mutato, i ricercatori hanno anche identificato altri indicatori: i soggetti predisposti alla malattia, ad esempio, presentano un'attività elettrica maggiore nell'ippocampo, area deputata alla memoria, e nel paraippocampo, e un minor volume cerebrale in altre zone del cervello. Altro segnale è la maggiore presenza nel liquido cerebrospinale (Csf) di beta-amiloide, proteina tossica che “soffoca” i neuroni ed è la principale responsabile dello sviluppo dell'Alzheimer, comportando la perdita di memoria e difficoltà cognitive.

Sviluppi futuri - Non tutte le forme di Alzheimer hanno un'origine genetica e soprattutto un'insorgenza così precoce. Nella maggior parte dei casi, infatti, l'Alzheimer si presenta in tarda età. Tuttavia lo studio apre comunque una prospettiva di cura alternativa, considerato che nella maggior parte dei casi le cure farmacologiche intervengono quando la malattia ha già fatto i danni maggiori al sistema nervoso. Le placche di beta-amiloide, per esempio, sono già presenti 10-15 anni prima che si manifestino i segni clinici. “Lo studio aiuterà a porre le basi per la valutazione dei trattamenti di prevenzione della forma ereditaria di Alzheimer – spiega Adam Fleisher del Banner Alzheimer's Institute in Arizona – e possono aiutarci nella comprensione delle prime fasi dell'Alzheimer che compare in età avanzata, che è anche la più diffusa”.

Redazione Il Sole 24 Ore -