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Salve, mia figlia (fuori dal contesto familiare) è molto chiusa: parla con un fil di voce, se incontra qualcuno saluta a malapena, non relaziona con le amiche di scuola o di squadra (da tre mesi fa parte di una squadra di volley), i precedenti 8 anni ha frequentato corsi di nuoto. Ha 11 anni e non so più come muovermi. Ho letto il vostro articolo "TIMIDO - UNA PAROLA CHE FA MALE": non voleva andare all'asilo e mai che un giorno l'ho riportata a casa, non voleva andare a nuoto e l'ho sempre mandata, l'ho sempre accompagnata ai compleanni degli amici, la faccio scendere da sola nei negozi per comprare piccole stupidaggini, a 6 anni e mezzo parcheggiavo davanti la farmacia e la facevo scendere con il bigliettino per comperare il latte alla sorellina di soli pochi mesi. Ho sempre cercato di renderla autonoma, anche nei compiti di scuola, ma ora non so più che fare, l'altra sera io e il padre l'abbiamo rimproverata, cercando di scuoterla un po’, perché, durante una partita, l'allenatrice l'ha lasciata in panchina perché non accenna mai neanche mezzo sorriso. A casa è scatenata e ha una lingua tagliente come un rasoio! Cosa posso fare per renderla più sfacciata e più forte quando si trova in mezzo agli altri? Vi sarei veramente grata se poteste darmi un piccolo aiuto.
Antonella


Cara Antonella,
leggendo le righe che ci ha scritto percepisco tutta la sua preoccupazione di genitore per il futuro di sua figlia. E comprendo questa sua preoccupazione perché noi adulti viviamo in un mondo in cui le persone più sfacciate e più forti” ci sembrano essere vincenti su tutte le altre. Questo è il messaggio che ci arriva chiaro attraverso la tv ed i giornali quando i vari personaggi competono tra loro senza remore e senza esclusione di colpi sul ring dell’”Isola dei famosi” o dell’ultima notizia di gossip. Ma ne abbiamo prova anche nella vita di tutti i giorni quando il “furbo” del momento ci passa davanti nella coda alla posta o ci “ruba” il parcheggio. E tralascio gli innumerevoli esempi che si potrebbero fare in ambito lavorativo. Abbiamo paura che i nostri figli crescendo, non siano abbastanza equipaggiati per affrontare una “jungla” nella quale, se non si è veloci a cogliere le occasioni e a farsi spazio tra gli altri, si rischia di soccombere.
Questa legittima preoccupazione per i nostri figli però spesso non lascia spazio al chiedere loro direttamente come stanno vivendo quelle che dall’esterno ci paiono delle problematiche relazionali. Stiamo attenti cioè a non dare per scontato che questi comportamenti di chiusura provochino in loro sofferenza. Per stare bene occorre avere almeno uno o due amici cari (e non necessariamente essere i più popolari della scuola) e fare almeno un’attività extra-scolastica che però appassioni molto e in cui sentirsi bravi e capaci. Parliamo con i nostri figli e soprattutto ascoltiamoli. Quali sono le amiche di sua figlia? Cosa fanno quando sono insieme? Hanno litigato qualche volta? Le piaceva praticare nuoto? Le piace ancora? E fare pallavolo la diverte? O preferirebbe un altro sport/attività? Come sono le sue compagne di squadra? E l’allenatrice? Per poter essere davvero parte di un gruppo, dobbiamo sentire di avere qualcosa in comune con gli altri membri del gruppo. Sono sicura Antonella, che lei avrà già tutte le risposte a queste mie domande, ma da genitori, non ne teniamo mai abbastanza conto.
Mi preme sottolineare inoltre che sua figlia è in un’età delicata: con l’inizio della pubertà il corpo comincia a cambiare e vi è anche il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media. È l’inizio di quel lungo periodo di transizione dall’infanzia all’età adulta durante il quale è normale scontrarsi in famiglia per affermare la propria individualità. Più che mai in questi anni, durante la pubertà e l’adolescenza, è importante che i genitori mantengano un atteggiamento di apertura e di ascolto nei confronti dei propri figli e che continuino ad imporre delle regole, certo, aspettandosi però che vengano infrante e rendendosi disponibili a parlarne. Nel caso in cui la relazione con i propri figli divenga difficile da gestire, può essere utile per i genitori rivolgersi ad uno Psicologo per un intervento psico-educativo.
Numerosi studi hanno dimostrato che dietro la timidezza c’è spesso una concezione negativa di sé e l’idea di non essere all’altezza della situazione; un atteggiamento critico da parte dei genitori dunque può esacerbare il problema così come le eccessive aspettative familiari possono far aumentare il senso di inadeguatezza.
Se sua figlia dovesse manifestare chiari segni di sofferenza e non riuscire a stabilire neppure una relazione affettiva importante al di fuori della famiglia, sarebbe auspicabile proporle una visita da uno Psicologo per aiutarla col tempo ad individuare le sue paure e a superarle in un percorso di sostegno da intraprendere insieme a voi genitori.
Ma nel momento in cui non si raggiungano questi livelli di esclusione sociale e di sofferenza conseguente, ricordiamoci che la timidezza, di per se stessa, non è una qualità negativa del carattere di una persona. È noto che gli individui che appaiono timidi, prediligendo l’attività riflessiva all’azione, spesso sono persone profonde e complesse, capaci di analisi argute e vengono apprezzati dagli altri per la loro capacità di ascoltare.
Perché allora Antonella, non provare a individuare queste e/o altre caratteristiche positive di sua figlia ed aiutarla a valorizzarle al meglio, concedendole (parlandone insieme e sdrammatizzando) di sbagliare ancora strada facendo nel suo relazionarsi agli altri? Procedendo per tentativi ed errori ed accumulando esperienza e scoprendo in noi ciò di cui andare fieri, diventiamo più interessanti anche agli occhi degli altri, premessa indispensabile per poter stabilire relazioni importanti e durature.
Spero di essere riuscita Antonella a darle quel "piccolo aiuto" che cercava rispondendo alle sue domande e aprendone altre che troveranno risposta nel percorso insieme a sua figlia e a suo marito. Se vuole, ci faccia sapere come procede. Intanto, vi auguro un buon viaggio!

Dr Claudia Bianchino


Ho 35 anni e sono una disabile. Da quasi 5 anni sto con un ragazzo meraviglioso di 37, purtroppo disabile anche lui ma... mentre io sono in carrozzina, lui è quasi completamente autonomo: lavora, guida la macchina... ha tanta voglia di vivere e godersi la vita anche se a volte è meno facile ed è autosufficiente. Tra noi due non ci sono assolutamente problemi: ci amiamo tanto e ci sembra sempre poco il tempo che trascorriamo insieme. Insieme ci sentiamo più forti e proprio per questo vogliamo costruirci una vita assieme. Il problema è che i miei genitori iper-protettivi non sono affatto d'accordo, per loro io sono al sicuro solo a casa con loro. 4 anni fa abbiamo detto loro di noi due ma irremovibilmente contrari ci avevano imposto di troncare la nostra storia. Ovviamente noi abbiamo continuato a vederci, anche se per loro solo da amici, sperando che col passare del tempo capissero.... a tuttora non è cambiato niente per loro ma noi due ci siamo proprio stancati (tra l'altro ho avuto problemi di nevrosi allo stomaco in conseguenza a tutto ciò) e presto faremo comunque a modo nostro come già deciso anche se sappiamo che non sarà facile perchè questo mi spezzerà il cuore inevitabilmente. Ma ci amiamo e supereremo tutto assieme speriamo nel migliore possibile dei modi e affrontando tutto e tutti a testa alta.. scusami se mi sono un po' dilungata ma volevo solo farti capire bene tutta la storia per avere un tuo consiglio. Grazie.
Tophie


Cara Tophie,
innanzitutto voglio farle sapere che comprendo la sofferenza e il turbamento che sta vivendo in questo particolare momento della sua vita: le scelte che mettono in gioco il rapporto con le persone più significative ci fanno star male, poiché determinano la nostra stessa vita.
Ma la sofferenza non è sempre “cattiva”, da eliminare ad ogni costo perché distruttiva; ce lo testimoniano anche due perle di saggezza popolare: -Non tutti i mali vengono per nuocere- e -Il dolore è un chiarirsi che si paga-. Quando la sofferenza è aperta al cambiamento, è finalizzata al raggiungimento di obiettivi che recano soddisfazione e appagamento a lungo termine è vantaggiosa perché non fine a se stessa. Un esempio che aiuta a capire cosa intendo dire è quello dell’alpinista che decide di scalare una montagna impervia: per raggiungere l’obiettivo prefissato (arrivare in cima) e la soddisfazione che ne consegue è necessaria una considerevole dose di fatica e dolore iniziali! Dunque bisogna imparare a “soffrire bene”
Penso che nel mondo della disabilità fisica e mentale questo tipo di discorso sulla sofferenza che è propria del genere umano non sia estraneo, anzi probabilmente è amplificato perché gli ostacoli che si incontrano lungo il proprio percorso di vita sono maggiori. E lei, Tophie, ne è testimone e protagonista suo malgrado.
Dalle sue parole emerge un rancore che trova motivazione nel non sentirsi riconosciuto un diritto che è fondamentale per ogni essere umano, cioè il diritto di amare, di avere una relazione, di sognare una vita di coppia. C’è qualcuno, come lei e il suo ragazzo, per cui questo diritto, che è soprattutto un bisogno psicologico primario, è ancora tutto da conquistare, non senza fatica e sofferenza.
L’amore tra disabili fa ancora paura: il ruolo che i pregiudizi conoscitivi, le visioni distorte e stereotipate giocano in alcuni contesti dell’esperienza umana è molto forte. Non solo, se si aggiunge l’amore “iperprotettivo”, le attenzioni “eccessive” che spesso i genitori di persone con handicap dedicano ai propri figli. E’ difficile per questi genitori riuscire a elaborare il lutto del “figlio perfetto”, ad accettarne la diversità, cosicchè i sensi di colpa e la vergogna sono pronti ad emergere.
Ed è difficile riconoscere il proprio figlio come uomo/donna, vivendo con timore le sue esigenze “adulte” ed essendo persistente l’immagine dell’eterno bambino.
Molti genitori hanno un atteggiamento ambivalente: capiscono l’importanza di promuovere la vita di relazione dei figli, ma temono delusioni.
Non giudichiamo dunque i loro atteggiamenti, il loro starci accanto che viene percepito come ridondante.. forse è l’unica forma di amore che conoscono!
Tophie, lei ha deciso di condividere con la persona che ama sentimenti, storie, significati.
Provi allora con estrema pazienza ad avvicinarsi ai suoi genitori con questa consapevolezza in più, dando voce al suo desiderio, nonché progetto di vita, attraverso il linguaggio delle emozioni positive e delle “carezze”, le sole in grado di comunicare i nostri stati interni in maniera autentica… e non attraverso l’aggressività che rappresenta la ribellione ad una condizione difficile e che tende ad avere un “effetto boomerang” sul proprio stato psicofisico.
Prima di chiudere, le suggerisco la visione di un paio di films che aiutano ad avere una visione più ampia, oserei dire a 360°, della vita affettiva e relazionale dei disabili:
- Mi chiamo Sam (di Jessie Nelson, 2001)
- Un amore speciale (Garry Marshall, 1999)
Se riterrà opportuno, mi tenga informata sugli sviluppi di questa sua esperienza di vita.
Le auguro di poter trovare quella serenità che rende gli uomini più liberi!


Dr Federica Paschetta


Gentili Dottori, vorrei raccontarvi un mio episodio affettivo per avere delle risposte più professionali di quelle che fin'ora ho ricevuto dai coetanei. Circa due mesi fa ho conosciuto un ragazzo; lui 20 anni e io 19, ci siamo visti in un pub, rimanendo di primo impatto "colpiti" l'uno dall'altra e quindi ci siamo presentati e iniziati a frequentare...
I primi giorni lui era entusiasta di me; mi diceva che io ero diversa da tutte le ragazzine "oche" che aveva intorno (in effetti mi rendo conto di essere una ragazza abbastanza matura e sicura per l'età che ho); mi riteneva "più matura", "più donna" e anche bella e gli piacevo per queste cose...
Mi diceva che per il momento c'ero solo io per lui, che in mia compagnia stava benissimo e che mi voleva bene... (credo che sul momento lo pensava davvero). Diceva che voleva stare "seriamente" con me, ma che aveva anche "paura" di non esserne all'altezza e soprattutto di soffrire. Purtroppo è un ragazzo viziato, ancora immaturo e molto vanitoso ed egocentrico!!! Superficiale e concentrato molto sulla sua immagine e sui suoi bisogni!!! Infatti dopo 15 giorni di frequentazione andata benissimo, ha dato improvvisamente il peggio di sè... Mi ha trattata in modo molto arrogante e provocatorio da un giorno all'altro (il giorno dopo i nostri primi baci..), senza darmi spiegazioni e dicendomi solo che a lui quel giorno "girava così", che non ero io il problema ma non mi doveva spiegazioni perchè io ero "come tutti gli altri"!! Siccome io non sono una ragazzina che lo venera e si fa andare bene tutto (come quelle a cui lui sarà stato abituato), in pubblico non ho fatto scenate, ma poi sono andata via un po' scazzata e non mi sono fatta sentire per due giorni. Lui è stato tranquillamente senza farsi sentire (anche se fino al giorno prima lo sentivo ogni momento) ed io, quando avevo sbollito, l'ho chiamato per parlare tranquillamente ma in modo chiaro con l'intento di salvare la situazione... Gli ho detto che non mi era piaciuto il suo comportamento, gli ho chiesto se avesse un problema e se si poteva trovare un punto d'incontro insieme perchè ci tenevo...
Lui da buon viziato, non si è minimamente messo in discussione, anzi si è sentito "attaccato" e ha detto in modo arrogante frasi come; "di cosa vuoi parlare? a me girava così e basta", "ho questa paura perchè tu m'interessi realmente, ma io non voglio soffrire", "e non devo adattarmi, e non mi piace rischiare...". Allora l'ho messo con le spalle al muro, chiedendogli chiaramente cosa volesse fare di noi... Lui non riusciva a prendere una posizione, era impanicato, diceva che non voleva perdermi del tutto ma nemmeno "fidanzarsi". A quel punto io gli ho detto che le mezze misure non le accettavo (non volevo mettermi in una posizione in cui lui poteva trattarmi come voleva, non so accettarlo... e lui, da buon viziato, sentendosi toccato nell'orgoglio e offeso, ha risposto, "va bene allora finisce qua!!".
Durante quei 15 giorni un po' di questa indecisione nel lasciarsi andare l'aveva già mostrata, ma comunque credevo in lui, e con tutto questo ha deluso le mie aspettative su di lui e su di un "noi"!
Dopo quella telefonata non l'ho più sentito, nè ricevuto un cenno di scuse, anzi, quando mi vede mi passa sui piedi senza salutarmi e senza guardarmi, ma pavoneggiando come fa sempre agli occhi di tutti! (Inoltre a volte fa in modo che io possa guardarlo e pensare quanto è bello e cosa, secondo lui, mi sono persa...)!!
Quello che vi chiedo, in quanto psicologi, è
perchè questo ragazzo si è comportato così? E ora lui cosa prova o pensa di me?
Come dovrei comportarmi ai suoi occhi? Io in cosa ho sbagliato?
Io mi rendo conto di essere un po' esigente sul piano personale e so che a volte questo può spaventare...
Infatti vi porgo queste domande, non tanto perchè m'importa più di lui, ma per capire me stessa e migliorare...
Grazie in anticipo per la risposta :)
Alessia


Cara Alessia,
mi accingo a fornirle le risposte professionali da lei richieste, anticipandole che alcune sue domande rimarranno aperte perché soltanto attraverso un lavoro fatto insieme in Studio, il paziente e lo psicologo possono arrivare a dare un significato agli eventi dolorosi e inizialmente oscuri portati dal paziente stesso.
L’immagine di sé nell’infanzia si determina attraverso l’immagine speculare dell’atteggiamento che le figure di attaccamento (madre, padre, altre persone che si prendono cura del bimbo) dimostrano verso il bambino.
A partire dai sei mesi di età, il bambino ha strutturato dei modelli (i "modelli operativi interni") delle persone che si prendono cura di lui. Dalla sensibilità delle figure di attaccamento deriverà la qualità di questi modelli. Rapporti diversi con caregivers differenti, generano attese e rappresentazioni dissimili su se stessi e sulle figure allevanti.
Questi modelli operativi interni organizzeranno le emozioni, le aspettative e gli schemi di comportamento del bambino di fronte ai contesti attuali.
Con lo sviluppo dell’individuo, questi modelli divengono una matrice nella quale le esperienze vengono raccolte.
Li potremmo definire come “conoscenze di sé con l’altro” che tendono ad essere stabili, anche se pur sempre modificabili, fino all’età adulta.
Essi si fondano sulle esperienze reali dell’individuo e contengono aspettative sulle reazioni altrui e strategie comportamentali per affrontare i problemi sociali.
Già dopo il primo anno di vita i modelli operativi interni sono definiti; potranno essere confermati o modificati dalle esperienze relazionali successive.
Quando poi il soggetto adulto vive esperienze affettive/sentimentali importanti, i modelli che si sono costruiti nel tempo, vengono attivati.
Ecco perché allora alcune relazioni dopo un primo periodo di andamento non problematico, si possono trasformare improvvisamente in rapporti con risvolti dolorosi nel momento in cui il legame diviene più profondo. Quindi ‘da un giorno all'altro’ il partner può divenire ‘arrogante e provocatorio’ in coincidenza di un primo coinvolgimento fisico ed emozionale: ‘i primi baci’.
Come viviamo le nostre relazioni attuali deriva dunque in gran parte da quelle che abbiamo vissuto precedentemente. Molte persone non sono consapevoli di questo e di conseguenza non riescono a spiegare agli altri e a se stessi il comportamento che assumono: ‘di cosa vuoi parlare? a me girava così e basta’. Tutto ciò conduce ad una profonda confusione nel rapporto (‘non voleva perdermi del tutto ma nemmeno "fidanzarsi"’) che, se non superata, può portare ad una sofferenza insopportabile e quindi alla chiusura della relazione (‘va bene allora finisce qua!!’).
Anche se queste mie righe Alessia, possono aiutarla a comprendere l’accaduto, questo incontro breve, ma ricco di emozioni ormai appartiene al suo passato.
Anche se lei in questo modo può comprendere che dietro al comportamento di questo ragazzo vi è probabilmente della sofferenza, non servirebbe a nulla spiegargli queste cose finché egli stesso, come è capitato a lei, non sentisse eventualmente la necessità di capire per poter stare meglio. Solo allora sentirebbe probabilmente la necessità di rivolgersi ad uno psicologo; ma egli potrebbe anche vivere tutta la sua vita senza sentirne mai il bisogno. E questo va rispettato.
Ciò che può fare Alessia, è continuare a vivere i suoi legami in profondità come ha fatto finora, facendosi tante domande (e critiche) ‘per capire meglio se stessa e migliorare’ e aggiungerei, dando per questa ragione, molto a chi è in relazione con lei.
Di relazione profonda in relazione profonda, arricchiamo noi stessi e aumentiamo le nostre probabilità di dare il nostro meglio nel prossimo incontro che verrà; resta il fatto però che quando si parla di relazione, si fa riferimento ad una danza a due (su una pista da ballo tra le persone care di ciascun partner) che per sua natura, conserva sempre una parte di imprevedibilità. E questa imprevedibilità concorre al fascino dei rapporti umani e ci dà la voglia di ricominciare ancora, dopo una delusione, un nuovo legame con la speranza che possa andar meglio.
Buon giro di danza Alessia!

Dr Claudia Bianchino


Buonasera… sono Rita, 17 anni. In questo periodo sono molto angosciata e ho il cuore spezzato da un amore non corrisposto... tutto inizia 5 mesi fa... ero single, conobbi questo ragazzo tramite un’amica, ma per me lui era quasi indifferente. Lui era molto innamorato: inviava fiori a casa, tantissime telefonate, praticamente mi faceva sentire bene...e così decisi di fidanzarmi ed è stato un grande amore: io 17 anni e lui 23, appena uscito da una storia di 5 anni... abbiamo incominciato a frequentarci sempre più... vacanze insieme... la sua famiglia molto aperta nei mie confronti... una favola a 360 gradi... da un mese lui mi sembra cambiato: dice di non amarmi più, di non volere stare con me, ma io nonostante tutto ho cercato sempre l'ultima possibilità... adesso sono qua e lui son 2 giorni che non mi risponde al cellulare e per lui non sono più niente. Io sono ancora molto innamorata di lui e temo di non farcela ad andar avanti. Sono certa che non è una semplice cotta da 17enne, ma molto di più.
Rita


Cara Rita,
l’adolescenza rappresenta una fase della vita durante la quale sono vissuti i primi impegni significativi, ma anche le prime separazioni. Benché ciascuno reagisca differentemente ad una rottura, è frequente che ci si senta impotenti ed che si viva una vera e propria crisi. Soprattutto quando si tratta di un grande amore, di una "favola", come l’ha descritta lei, che si conclude perché uno dei due partner si allontana dicendo di non provare più gli stessi sentimenti di prima.
Allora, come riuscire a far fronte a questa separazione ancor più dolorosa proprio perché subita?
Spesso le persone vicine a chi sta soffrendo per amore, consigliano diversi modi per reagire alla separazione: “cerca di distrarti – concentrati sui tuoi studi – pensa ad altro – cerca qualcuno che ti possa consolarefallo ingelosire – col tempo, passerà”.
Sfortunatamente questi consigli non sempre sono sufficienti ad alleviare tutta la sofferenza che si prova. Ci sono alcune considerazioni che vorrei fare e che potrebbero aiutarla a vivere meglio questo momento così difficile.
Innanzitutto non trattenga le sue lacrime Rita. Piangere non significa che non ne uscirà mai. Dimostra piuttosto che lei sta realizzando la perdita. Si assicuri tuttavia di esprimere la sua sofferenza con delle persone in cui ha fiducia. Inoltre sappia che l’intensità del suo dolore non è necessariamente una prova della forza o dell’ampiezza dell’amore che sente per il suo ex fidanzato.
Se vuole, provi a mettere per iscritto tutte le emozioni che prova per lui. Questo le permetterebbe di esprimere la sua rabbia o la sua pena e di monitorare il suo percorso verso il superamento della crisi.
Potrebbe inoltre provare a stendere un bilancio dei pro e dei contro relativi alla sua relazione. Riconosca la sua parte di responsabilità così come quella del suo partner. Questo le permetterà di vivere diversamente le sue prossime storie d’amore evitando di ripetere, se possibile, gli stessi errori (qualora lei ne abbia fatti). Potrà arrivare in questo modo a constatare per esempio, che una dinamica, presente nelle sue relazioni e nelle rotture, si ripete nel tempo. Se è il suo caso e se è insoddisfatta di tale dinamica, questa sarà l’occasione per fare il punto e per apportare dei cambiamenti. Al di là del biasimo nei confronti dell’altro e della commiserazione per la propria sorte, lei è il denominatore comune dell’insieme delle sue relazioni e potrà in parte incidere sul decorso di quelle future.
Questa situazione può anche essere un’opportunità per tentare di identificare il suo modo di vivere la relazione di coppia. Che cosa caratterizza la scelta dei suoi partner e delle relazioni che instaura con loro? Si tratta dell’attrazione fisica? Dei piaceri condivisi con l’altro? Dell’affetto e della tenerezza che si sviluppano progressivamente? Di una buona intesa? Dell’intensità della passione? Degli interessi in comune? Dell’esclusività dell’impegno? ...o una combinazione di tutte queste cose? E conoscendo meglio i suoi gusti e quali sono per lei le caratteristiche più importanti nella scelta del partner, potrà in futuro fare delle scelte più consapevoli. Anche se comunque questo percorso di crescita non potrà metterla totalmente al riparo da eventuali future delusioni: queste appartengono normalmente alla vita amorosa di tutti noi.
Sia paziente quindi verso se stessa e verso le persone che le sono vicine. Può succedere che i suoi parenti e amici più cari desiderino vederla stare meglio più rapidamente di quanto lei possa fare. Può accadere che non sappiano che dire. Alcuni potrebbero finire con l’evitarla nel momento in cui lei ha più bisogno di loro. Può essere che lei si senta allo stesso modo incapace di chiedere aiuto e che speri che gli altri facciano lo sforzo di fare il primo passo. Consideri invece la possibilità di spezzare questo circolo vizioso e di esprimere chiaramente le sue aspettative dicendo: “vorrei solo che mi ascoltassi un po’; so di non essere di compagnia in questo periodo, ma ho bisogno di sentire la tua presenza”. Potrebbe sorprendersi di quanti risponderanno a questa semplice richiesta d’aiuto, rendendosi disponibili.
Sia prudente per quanto concerne gli altri modi di gestire il suo dolore. Può essere tentata di alleviare rapidamente la sofferenza gettandosi immediatamente in una nuova relazione amorosa. Oppure alcuni suoi coetanei potrebbero consigliarle di ricorrere all’abuso di sostanze o di alcool per spegnere il suo dolore. Questi mezzi invece non fanno che ritardare il superamento della crisi, evitandole di vivere pienamente il lutto della separazione.
Si circondi di persone care, rispettando però i momenti in cui preferirà rimanere sola. Dopo una rottura, può succedere di temere la solitudine e quindi di tentare di evitarla il più possibile. Riconoscerà invece che è piacevole fare delle attività da sola e anche riuscire a tollerare il silenzio.
Rita, lei è molto più di una persona che è stata lasciata. Il fatto che il suo ex fidanzato dica di non amarla più implica che deve averla amata molto durante i cinque mesi della vostra relazione. Le persone e le loro esigenze possono cambiare nel tempo e non si può che rispettare le loro decisioni, anche quando questo comporta un profondo dolore.
Se ne sentirà il bisogno, consulti uno psicologo. Lo faccia soprattutto se riconosce in lei dei sintomi fisici persistenti come la perdita di appetito o l’insonnia e se il suo umore non cessa di peggiorare, anche quando saranno passate numerose settimane.
Davanti ad una rottura amorosa ciascuna persona reagisce a suo modo. L’ansia e i sintomi di depressione ne fanno spesso parte. È possibile anche che la sua sofferenza passi velocemente e senza lasciare strascichi. In ogni caso, che il cammino di superamento della crisi sia lungo e tortuoso o breve, comporterà sempre degli alti e bassi. Chi ci è passato sa che lentamente, ma sicuramente, il numero delle giornate buone finirà per sorpassare quello delle brutte. Ritroverà i suoi punti di riferimento e ne stabilirà dei nuovi. Così, ciò che ora considera come un fallimento si trasformerà poco a poco in una esperienza arricchente. Malgrado la perdita, il solo fatto di riuscire a superare questa prova potrà costituire una soddisfazione e dovrà essere fiera di se stessa. Del resto la rottura amorosa è una delle poche esperienze che siamo tutti chiamati a vivere e a superare.
Concludo citando lo scrittore D. Lévy-Chédeville: “La separazione, come l’amore, è qualche cosa che comincia. Come l’amore, qualche cosa che si impara”. Lei ha avuto la possibilità di conoscere l’amore vero a soli 17 anni; ed è questo ciò che conta. Se vuole, mi faccia sapere come procede il suo percorso. Buona fortuna Rita!


Dr Claudia Bianchino


Mi chiamo Sabry, ho quasi 40 anni, sono di Rivoli, vorrei sapere se posso parlare con qualcuno del mio problema. Purtroppo il mio lavoro non mi permette di pagarmi uno psicologo... mi sveglio la mattina con zero voglia di fare, voglia di bere e dimenticare, non ho più voglia di fare sesso con mio marito che amo alla follia, non sorrido o per lo meno alterno momenti di euforia a momenti di crisi e pianto... lavoro a fatica, ce l'ho con il mondo... posso parlare con qualcuno.... pensare che sono una donna così solare, sempre allegra.... non so cosa fare.... e non voglio che nessuno, mamma, papà e suoceri si intromettano nella mia vita.... voglio salvare il mio matrimonio... mi potete consigliare...
Sabrina


Gentile Sabrina,
dal tono delle sue parole sembra che il momento di crisi che sta attraversando sia molto intenso e la sofferenza che ne scaturisce è palpabile: si dia dunque il merito di essere riuscita a chiedere aiuto, cosa per nulla facile e scontata quando ci si trova ad affrontare una condizione di malessere. E' possibile parlare con qualcuno che si prenda cura del suo "problema" e la figura professionale dello psicologo psicoterapeuta può esserle d'aiuto; a questo proposito può liberamente rivolgersi ai servizi pubblici di salute mentale della sua città (Centro salute mentale di Rivoli, Via Piave 19 - AslTO3 - Tel.011/9551814; per l'accettazione basta presentarsi in orario di apertura dell'ambulatorio per un colloquio preliminare, previa richiesta del medico di base) o ad uno studio privato (in questo caso le tariffe -detraibili fiscalmente come spese sanitarie- variano da professionista a professionista e dal tipo di percorso che si concorda con l'utente, il quale non necessariamente prevede una frequenza settimanale). Per ogni ulteriore informazione lo studio Promentis rimane a sua disposizione.
Non si precluda la possibilità di prendersi cura di se stessa e di poter così migliorare la sua qualità di vita.


Federica dr Paschetta